l’Insolita Venezia: Murano e la corsa contro il tempo.

Secondo giorno, ci svegliamo nella camera del nostro ostello.

Sì, avete capito benissimo, questa volta l’infallibile cercatrice di B&B super magnifici ci ha trascinate in un ostello. Il primo dubbio mi viene quando alla reception, che poi chiamarla reception è un complimento, ci avvolge un intenso profumo di incenso, scrivania in legno scuro con sedie d’epoca, cartina geografica alla parete, sulla sinistra una libreria in cristallo piena zeppa di oggetti tra cui pentole, vasi di vetro vuoti e statuette votive di Buddha indiani di varie forme e colori. Ci guardiamo perplesse chiedendoci quale porta spazio-temporale ci ha catapultate qui, mistero! Ma torniamo a noi, stavo dicendo,  alla reception ci accoglie un gentilissimo signore, probabilmente pakistano, che parla solo ed esclusivamente  “indenglish” e che ci fa intendere in qualche modo che il Boss sta arrivando. Ecco, già qui io la volevo strozzare…ma mai perdere la speranza! Ovviamente non si trattava del tipico ostello dell’immaginario comune. Appena aperta la porta infatti ci ritroviamo in un mini appartamento. Non manca nulla, pavimenti veneziani, cucina, divano, camera e bagno privato, ma soprattutto due finestre che danno direttamente in un giardino interno e sui tetti di Venezia. Anche questa volta una meraviglia. Non c’è niente da fare, non sbaglia un colpo!

Anche se è Domenica ci alziamo di buon ora e usciamo per la nostra tappa di oggi, Murano.

Per andare a prendere il vaporetto attraversiamo la zona dell’Arsenale, l’ostello infatti si trova nel sestiere Castello, ed è una nuova scoperta per noi, Venezia è questa infatti. Ogni volta, anche dopo innumerevoli volte, ti sorprende con uno scorcio inaspettato. Un palazzo “ti chiama” con i suoi colori sgargianti, la sua storia, le sue finestre buffe.Così, girato l’angolo di una calla come tante altre, ci imbattiamo nello sgargiante LABORATORIO OCCUPATO MORION: centro sociale occupato, collocato in pieno centro cittadino e aperto non solo per concerti ma anche per eventi culturali quali cinema, reading, teatro, mostre, iniziative sociali e politiche.

Saliamo quindi sul vaporetto alla fermata Celestia e come al solito decidiamo di non scendere dove scendono tutti i turisti. Perchè noi quando siamo in giro non ci sentiamo vere e proprie turiste ma piuttosto abitanti temporanee, viaggiatrici che si lasciano guidare dall’istinto a visitare i luoghi con il puro intento di far brillare l’anima. 

Ma seguiamo una regola non scritta, quando sei in “casa” altrui devi accettare le regole di chi ti ospita, scoprire in quale misura puoi o non puoi entrare a far parte del loro quotidiano, e così chiedi alle signore impellicciate di fianco a te dove secondo loro è meglio scendere per visitare Murano, o scambi una battuta di prima mattina con il proprietario di una buonissima pasticceria tradizionale Veneziana, “voialtri ca gavì sempre co quei còsi pae man, metii via e godive a coasiòn” ( “voi giovani sempre con quei cosi in mano (riferendosi al cellulare), metteteli via e godetevi la colazione!”). Quindi purtroppo niente foto, ma vi posso assicurare che abbiamo mangiato una sfoglia alle mele, io, e una fetta di torta alla crema di agrumi, la mia socia, le più buone della nostra vita.

Scendiamo quindi alla fermata Murano Serenella e seguiamo le due signore; attraversiamo un ponte di legno, percorriamo strette stradine quasi deserte, edifici dal sapore industriale in mattoncini rossi, fabbriche con luci spente nel loro giorno di chiusura e improvvisamente ritroviamo il gruppo di turisti di prima. Niente, oggi ci tocca fare le turiste! Entriamo in una vetreria dopo un’altra, ci lasciamo incantare da minuscoli pezzettini di vetro colorati, giganti vasi dalle forme più disparate,  la gigantesca “Cometa di Vetro” davanti alla Torre Civica di Murano. 

Ma qui purtroppo, ovunque, non si possono fare foto, non si può toccare, insomma non si può fare niente. Non ci sentiamo proprio a nostro agio, non ci sentiamo parte di quel posto che dovrebbe invece accoglierci, ma imperterrite sentiamo di dover cercare qualcosa. Non sappiamo bene cosa finché non lo troviamo, anzi li troviamo, appesi lì ad una trave di legno vecchia chissà quanto sopra i nostri nasi. Dei bellissimi e lucenti CUORI A PALLONCINO! Non potevamo non immortalarli, dovevamo riuscirci in qualche modo. E allora, “Tu mettiti sulla porta a fare il palo che io fotografo!”. Ed eccoli qua, praticamente noi due, due cuori lievi pronti sempre per partire.

E allora via risaliamo sul vaporetto, abbiamo un appuntamento per pranzo con un amico di vecchia data, questa volta sceglierà lui il posto ma già dai messaggi capiamo che andremo sul sicuro: <Cosa vi piacerebbe mangiare?>,  <Baccalà mantecato…>rispondo senza esitazione,  <Ok, andiamo in una trattoria per gondolieri.>. Ci ritroviamo così al Vecchio Calice, vicino Rialto dove gusteremo ovviamente del buonissimo baccalà, per la precisione in tre varianti e una super porzione di spaghetti alle vongole.

Con la pancia piena e in super ritardo recuperiamo i bagagli e via, è già ora di salutare questa bella città. Il cielo è carico di elettricità oggi a Venezia, piove acqua e luce mentre corriamo alla stazione per riprendere il treno. La città si è coperta di ombrelli, nemmeno uno dei suoi angoli si salverà. La pioggia è imparziale: bagna il palazzo ducale e tutti gli altri quartieri. La pioggia bagna il vecchio e il ragazzino, i turisti con gli impermeabili, ci rende tutti ridicoli allo stesso modo, la pioggia non fa distinzioni. Piove oggi, piove tanto e non sembra smettere.

Ci saluta così Venezia, coperta di pioggia, mentre la guardiamo dal finestrino del nostro treno sognando già quale sarà la prossima avventura.

L’insolita Venezia: la Biennale.

É già da un po’ che non ripartiamo, da troppo per i nostri gusti.
< E allora via, tu fai i biglietti del treno che io penso al B&B.>…<Come sempre Socia!>.

Sì ma dove andiamo? É Ottobre, le ferie estive sono ormai lontanissime e il lavoro nell’ultimo mese è stato abbastanza massacrante. Abbiamo bisogno di staccare, di sognare….abbiamo bisogno di cibo per l’anima! Allora non c’è miglior posto della Biennale di Venezia.

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Il nome “Biennale” deriva dalla cadenza biennale delle sue manifestazioni , la Biennale d’Arte e la Biennale di Architettura e da oltre un secolo è una delle istituzioni culturali più prestigiose al mondo. Fondata come società di cultura nel 1895 con l’organizzazione della prima Esposizione Biennale d’Arte del mondo, per stimolare la creatività artistica e il mercato dell’arte a Venezia e in Italia, la Biennale ha tuttora il fine di promuovere le nuove tendenze artistiche e a tale scopo organizza molte manifestazioni internazionali delle arti contemporanee. Quest’anno è l’anno dell’Architettura e il tema è “Freespace”, lo spazio che rappresenta generosità e senso di umanità, spazio gratuito, spazio da liberare, spazio da restituire a chi lo vive.

«Freespace celebra la capacità dell’architettura di trovare in ogni progetto una nuova e inattesa generosità, anche nelle condizioni più private, difensive, esclusive o commercialmente limitate» si legge nel Manifesto di Yvonne Farrell e Shelley McNamara, le curatrici.
E la cosa bella di questo spazio libero è quindi la generosità. Quella di accogliere due viaggiatrici che a mezzogiorno hanno già fatto 13 mila passi (contati, abbiamo le prove) e che si riposano abbandonandosi in dei cuscini giganti messi nel centro di un vecchio corridoio dell’Arsenale. Alzare lo sguardo e trovare questa “copertura” ipnotica appesa al soffitto è divertente.

L’esposizione si svolge principalmente nei Giardini Napoleonici ,o più semplicemente i Giardini della Biennale, in cui sono allestiti 29 padiglioni di altrettanti paesi, più il Padiglione Centrale (ex Padiglione Italia). Da qualche anno ha aggiunto stabilmente ai suoi spazi espositivi gli edifici monumentali dell’Arsenale. L’Arsenale di Venezia è un antico complesso di cantieri navali e officine che costituisce una parte molto estesa della città insulare di Venezia, alla sua estremità orientale. Fu il cuore dell’industria navale veneziana a partire dal XII secolo ed è legato al periodo più florido della vita della Serenissima: grazie alle imponenti navi qui costruite, la Repubblica Veneta riuscì a contrastare gli ottomani nel mar Egeoe a conquistare le rotte del nord Europa.

Iniziamo il nostro tour quindi…

ALBANIA- ZERO SPACE

Questo è uno dei tanti progetti suggestivi sul tema “freespace” della Biennale di quest’anno. Appese al soffitto dell’Arsenale e incorniciate, 3.600 fotografie scattate dagli abitanti di Tirana narrano le loro storie. C’è chi, per esempio, ha rinunciato al soggiorno o alla sala da pranzo del proprio appartamento per trasformarlo in un negozio di alimentari; chi ancora ha convertito la propria camera da letto in un bar o in una lavanderia. In un caso o nell’altro, tutti questi spazi, affacciati sulla strada, sono diventati luoghi di socializzazione, dove le persone vanno a fare acquisti, ma anche solo a scambiare due chiacchiere. È proprio un fenomeno sociale di trasformazione del “livello zero” di interi quartieri della capitale. I cittadini hanno ereditato una società ermetica, con pochi spazi liberi. Con la democrazia, l’appetito di vita sociale è cresciuto e la libertà lasciata loro dalle autorità ha prodotto un piano terra vivace e un modello molto contemporaneo. Otto porte completano l’installazione del padiglione: sono le porte di casa di altrettanti residenti. È un vero dialogo quotidiano e spontaneo con l’architettura.

PADIGLIONE SPAGNA- BECOMING

Il padiglione della Spagna lancia un messaggio molto bello stampando sulle pareti interne centinaia di progetti di studenti di architettura..ma diciamo che ha anche uno degli ingressi più instagrammabili dei giardini! Diversi neon lampeggianti formano la scritta “becoming”, un richiamo alle vetrine ma anche all’arte che sempre di più si serve delle iscrizioni luminose, ed anche una bellissima parola.

PADIGLIONE BELGIO- EUROTOPIE

Sulla porta di ingresso del padiglione del Belgio compare la scritta “EUROTOPIE”, dentro invece, si apre una superficie concentrica modellata da gradoni che annullano la linea orizzontale per disegnare un ambiente concavo e convesso allo stesso tempo. Il colore blu della bandiera europea domina su tutto. L’ambiente diventa un’agorà contemporanea dove tutte le culture che compongono la sfaccettata realtà del nostro continente si possono incontrare e letteralmente unire.

PADIGLIONE GERMANIA- UNBUILDING WALLS

La Germania insiste nell’autoaffermazione di una leadership culturale europea, mostrando, ormai da alcuni anni, buone pratiche di inclusione e ricucitura rispetto a strappi socioculturali del suo recente passato. Quest’anno si parla della cancellazione delle tracce del muro che ha diviso per alcuni decenni l’Est dall’Ovest. La mostra Unbuilding Walls risponde ai dibattiti attuali su nazioni, protezionismo e divisione. I curatori, GRAFT e Marianne Birthler lavorano sul muro come un’opportunità per esplorare gli effetti della divisione e del processo di guarigione come fenomeno spaziale dinamico.

PADIGLIONE SVIZZERA- 240 House Tour

240 House Tour è il titolo dell’installazione del Padiglione della Svizzera, vincitore del Leone d’oro per la miglior Partecipazione Nazionale: che per l’occasione si trasforma in una “casa di Alice”: varchi angusti e corridoi che per essere percorsi impongono al visitatore difficili contorsioni, si affiancano a porte altissime le cui maniglie sono impossibili da raggiungere e finestre che si aprono sul nulla. Una casa labirintica nella quale le dimensioni del corpo umano non sono più sufficienti a stabilire regole e gerarchie, trasformando gli spazi quotidiani in ambienti misteriosi e pericolosi.

Questa è stata l’ultima tappa della giornata, eravamo stanche e volevamo tirare dritto verso il B&B per riposarci un pò. Ma qualcosa ci ha attirate dentro quel padiglione a prima vista anonimo, dentro invece una porticina ci ha catapultate in un batter d’occhio dentro il libro di Carrol. Vi ricordate Alice che dopo aver bevuto dalla bottiglietta e mangiato il fungo cresce e poi si fa piccolina, quasi minuscola, ricresce e poi ridiventa «normale»? Queste metamorfosi forse rimandano a quelle che si sperimentano nella nostra esistenza quando si vive la sensazione di star crescendo velocemente o ci si sente troppo piccoli rispetto alle circostanze e alle persone con cui si è in relazione.

A volte capita di volersi sentire più grandi e più grossi per affrontare meglio la vita, o semplicemente di volersi fare piccoli piccoli per scomparire o sentirsi più protetti. 

A voi capita mai?

Venarìa e la galleria di Diana..

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Domenica mattina, buongiorno! Ricca colazione nel nostro bel B&B e poi si parte alla volta della Reggia di Venarìa che è qui, davvero a pochi minuti dal centro di Torino. Per degli appassionati di “cose belle” come noi è impensabile resistere al fascino di questa meravigliosa struttura che vediamo costantemente immortalata nelle gallery di Instagram quindi prepariamoci e..cellulari carichi pronti per decine di scatti!

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Eccoci arrivati nel piazzale antistante alla Reggia dove veniamo letteralmente catturati dai riflessi di una installazione artistica bella e molto singolare. Ci troviamo specchiati ed intrappolati dentro a questa sfera “solare”, tutti e 3. Ed è davvero emozionante vederci li dentro insieme, con questo filtro sfumato e l’atmosfera magica che porta con se l’amicizia, quella vera, che viene ancora più rafforzata quando si fanno questi “voli” che staccano un po’ i piedi da terra e fanno condividere momenti ed esperienze. Attimi di meraviglia. Perchè ancora, ci si sa meravigliare e rimanere a bocca aperta.

Proprio come quando arriviamo qui, nella Galleria Grande (o nella Galleria di “Diana”, come la chiamano). Perchè ad un certo punto dell’esplorazione della Reggia siamo entrati in una sala scura piena di affreschi, era tutta in penombra e l’uscita era coperta da degli altissimi drappi rossi di velluto. Si intravedeva dall’altro lato un bagliore quasi accecante, invece: scostarli col braccio, é stata quasi una rinascita, una nuova venuta alla luce. Ed ecco, come vi dicevo, una delle sale più incredibili della nostra bella Italia. Subito alla mente un ballo in costume con dame dai vestiti pomposi e colorati. E parrucche coi riccioli. Ballano con i loro damerini, sicuramente un valzer. Ed io, se fossi li, quando mi alzerei per ballare? Ci sono i valzer della testa, i valzer dei piedi e i valzer dei cuori. I primi sono quelli che qualcuno ha scritto sbadigliando, in camicia da notte, quando in strada sfrecciano le carrozze dirette ad un altro ballo e nessuno si ferma a raccoglierti: ne esce qualcosa in Do o in Fa maggiore. I secondi sono quelli di Strauss, dove tutto ondeggia e salta (i riccioli, gli occhi, le labbra, le braccia ed i piedi). Lo spettatore viene trascinato e le loro tonalità sono senz’altro Re maggiore e La maggiore. La terza classe è rappresentata dai valzer scritti dai sognatori: Re diesis e La diesis maggiore, sembrano proprio i valzer dello struggimento, dei fiori e dei contorni al tramonto, dei ricordi della giovinezza e di tante altre cose. Ecco forse questo valzer degli innamorati, balleremmo.

Rimaniamo immersi in questo bagno di luce e specchi più che possiamo, in silenzio, a giocare con le foto e con i nostri pensieri..

“..non si finisce da nessuna parte, così. Sarebbe tutto più semplice se non ti avessero inculcato questa storia del finire da qualche parte, se solo ti avessero insegnato, piuttosto, ad essere felice rimanendo immobile..”

PS. Sulla maglia di @vale.papi c’è scritto “Never Let Me Go”. E chi ti molla! Sarebbe arrivata, lo sentivo, la persona capace di capirmi, di sorreggermi e farmi felice, sapevo che l’avrei riconosciuta subito. Per questo, amica mia, ti chiedo di restare sempre qui come ora, a sorreggerci e se necessario a curarci le ferite. Io ti prometto che ti aiuterò a rialzarti quando cadrai, ma solo dopo aver finito di ridere..perchè io e te, funzioniamo così!

Un bicerin a Torino..

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Succede che un sabato mattina, per lavoro, c’è da spostarsi a Torino e non c’è migliore occasione per esplorare questa magica città insieme al migliore amico dei cuori a palloncino..Francesco! Appuntamento al Salone del Gusto alle ore 17.00, adesso però è ora di pranzo ed in piazza Castello ci sono loro, i “Marzano Bros” del “Frisce e Mange” pronti a farci tornare in Puglia coi loro panzerotti fritti farciti con ingredienti speciali e tutti buonissimi. In definitiva, i panzerotti più buoni della Puglia, infatti ci concediamo di assaggiarne 3 in diverse varianti e solo dopo ci dirigiamo ad assaggiare qualche buon vino, li dietro.

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Torino è la città dei portici elegantissimi, delle insegne antiche, dei caffè. Cammina cammina con il naso sempre all’insù ci imbattiamo in uno dei locali storici del centro, il Caffè Fiorio (dal 1780): come ogni caffè che si rispetti ha il proprio ritmo e le ore frenetiche si alternano a quelle di maggiore quiete. Le famiglie affollano le sale nei pomeriggi domenicali e si avvicendano ai gruppi di amici che conversano o che, come noi, entrano per guardare le vetrine dei dolci e fotografare i riflessi nei vecchi specchi. Anche se fosse deserto, questo posto, non si avvertirebbe la solitudine: ai tavoli ci starebbero sedute le anime degli ospiti del passato, o quelle degli ospiti dell’avvenire..

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Catturati dalla magia di questo splendido locale scopriamo il vero punto di forza dei caffè della città..il bicerin! Ci dirigiamo subito alla scoperta dell’omonimo locale, l’originale “Caffè Al Bicerin” (dal 1763) in Piazza della Consolata. Avete presente uno di quei posti custodi di storia, bellezza, esperienza, passione..? Boiseries di legno decorate da specchi e lampade, tavolini di marmo, colonnine e capitelli in ghisa e poi cioccolata, biscottini e centinaia di confezioni di Pastiglie Leone. Insomma un posto magico dove si sta davvero bene ma, finalmente veniamo a noi, al bicerin: latte, caffè, cioccolato ed altri aromi. A spiegarlo non si capisce, va gustato appena portato, senza zucchero e tassativamente senza girarlo col cucchiaino. Lo vedete quanto è bello?

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Ancora qualche minuto di pace e poi via a prepararsi per visitare il Salone del Gusto ma l’avventura non finisce qui, domani è domenica e qui vicino ci attende uno spettacolare bagno di luce dentro ad un famosissimo salone delle feste, da ammirare e fotografare. Insomma, qui siamo proprio a due passi da Venarìa..

 

“..anche quando siamo su strade diverse le nostre strade hanno lo stesso odore di caffè, quello buono ma che non ti sveglia, quello che ti lascia con la testa tra le nuvole e sintonizzato sui tuoi sogni. L’odore della nostra infanzia, quello del cioccolato mangiato a Modica, del baccalà a Venezia, dei panzerotti a Bari. Insomma dei nostri posti nel mondo, quei posti dove ancora siamo ‘fuori posto’. Da oggi la nostra strada ha anche il sapore del bicerin di Torino! Ed allora, amica mia, serviamoci ancora di questo caffè che non ci sveglia ed allunghiamolo pure con della buonissima cioccolata calda..”

La conclusione di un’estate indimenticabile..

Siamo giunte alla fine di questo incredibile viaggio, in realtà però è arrivato il momento di svelarvi l’inizio. Raccontarvi di quel preciso istante in cui ci abbiamo deciso quale sarebbe stata la meta della nostra estate. Eravamo in macchina, direzione una delle nostre cenette insieme per raccontarci la settimana, era il periodo di Sanremo e alla radio c’era la canzone di Max Gazzè, senza dire un parola abbiamo alzato il volume al massimo, iniziato a cantare e contemporaneamente a sognare. E’ bastato guardarci negli occhi alla fine e “Vale! lo sai vero dove dobbiamo andare quest’estate in ferie?!”

Ed eccoci qua, Vieste. A passeggiare immerse nelle leggenda che abbiamo adorato fin dall’inizio, quella di Pizzomunno, una roccia bianchissima a forma di guglia, nonché uno dei simboli della città. Si dice che un giovane viestano, Pizzomunno, si recava ogni giorno sulla piccola spiaggia per andare in mare con la sua barca. Al largo le sirene cercavano di sedurlo con i loro canti. L’uomo però era innamorato della sua Cristalda e così le sirene, gelose, si vendicarono trascinando Cristalda nelle profondità del mare, in modo da sottrarla a lui per sempre. E Pizzomunno, pietrificato dal dolore, si trasformò in quella roccia che, ancora oggi, i visitatori possono ammirare. La leggenda vuole che ogni 100 anni i due giovani amanti si diano appuntamento sulla spiaggia. Ecco, io impazzisco per queste storie. Soprattutto se hanno a che fare col mare.

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“Ma chi è il tuo Pizzomunno?”, “Chi è la tua Cristalda?”
domande che forse ci siamo fatte o ci sono state fatte.
Io credo che in realtà nessuno di noi sia il Pizzomunno o la Cristalda di qualcun’altro. La loro è una bellissima leggenda, una storia da leggere e sulla quale sognare.
Ma io credo che in realtà il vero Amore non aspetta. Il vero Amore ti prende e ti porta via, ti ama per come sei senza se e senza ma, il vero Amore non si nasconde dietro scuse inutili, il vero Amore ti Ama, punto.

Quindi, alla fine, il Pizzomunno è semplicemente uno scoglio, un imponente scoglio di bianco calcare incastonato nella spiaggia della bella Vieste.

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Mancava qualcosa però per completare questo viaggio incredibile. Dovevamo fermare il tempo in qualche modo, ricordare tutte le emozioni, tutti i dettagli e tenerli ben fissi davanti agli occhi. E così siamo entrate, non senza indugio, non senza timori, ma con l’euforia di quando sei felice e lo senti.

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Euforiche sì, ma ben decise, sicure e convinte di quello che volevamo esattamente. Ed eccoci lì mezz’ora dopo con la nostra estate addosso.

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Gargano, Agosto 2018

Vieste e le sue leggende

Ultima tappa, siamo arrivate a Vieste! Molti la chiamano “la perla del Gargano”… e dicono bene! Le barche, i pescatori, la cultura del pesce, le leggende su tritoni e sirene. Il mare sembra tessere una tela di racconti, di segreti ed esperienza. Il nostro B&B ha un terrazzino che ci regala una vista esclusiva sui tetti della città; quando la mattina dopo ci alziamo e andiamo fuori per fare colazione ci accoglie un cielo sorprendentemente nitido e non c’è un solo azzurro e un solo sorriso che non sia poggiato nel punto giusto.

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Appena uscite dal portone ci viene naturale girare il naso all’insù e ci accorgiamo di quanti balconi si affaccino direttamente sulla viuzza. Ognuno diverso dall’altro; chi con i fiori appesi, chi con i panni appesi, chi con le sedie per stare al fresco la sera, chi con le ceste per essiccare i pomodori. C’è proprio una cultura dei balconi qui al Sud, quasi come se fossero delle stanze della propria casa ma senza i confini dei muri, dove dialogare con i passanti o passarsi i piattini pieni di bontà tra vicini. E’ inutile dire che li adoriamo.

Il centro storico di Vieste, chiamato anche “Vieste Vecchia”, si trova su un roccione che domina il mare e va dalla spiaggia del castello a quella della “marina piccola” attraversando la sottile lingua di terra di “punta San Francesco“. Il borgo è un labirinto di viuzze, fino al Castello, in alto. Si respirano mille profumi ma in particolare abbiamo subito notato che c’è una pasticceria che fa delle sfogliatelle meravigliose! Si sentono scrocchiare per strada ad ogni morso dei turisti!

Ma oltre al centro c’è molto altro da scoprire, passeggiando lungomare, lungo le mura antiche, si scorge il faro di Sant’Eufemia situato su un’isoletta di fronte alla parte alta e bene visibile da vari punti panoramici della città. Mi hanno sempre affascinata i fari, rappresentano per ogni località di mare un emblema ed anche in questo caso diventa punto di riferimento sia per i naviganti sia per chi passeggiando ne ammira la sua architettura. Ancora più avanti si arriva al porto, e lì come al solito ci perdiamo ad ammirare le barchette dei pescatori con le loro reti ancora ingarbugliate. Quelle che ci piacciono di più? Ovviamente quelle antiche, con il nome scritto sul fianco: rigorosamente di donna e rigorosamente di blu!

E anche Vieste, come ogni bellissima città pugliese arroccata sul mare racconta di storie e leggende che mescolano il reale al meraviglioso. Parlano di stelle, di marinai e di sirene….

E voi, quella del Pizzomunno, la conoscete?

Nicola alle Tremiti..

Domenica, sveglia prestissimo, gita alle Isole Tremiti! Non sappiamo ancora quanta bellezza ci attende al di la del porto ma dal centro di Peschici ci incamminiamo velocemente scendendo centinaia di scalini. La barchetta ospita altri viaggiatori assonnati come noi; si parte, c’è silenzio, una navigazione di qualche ora su un mare calmo, guardando fuori dal finestrino e raccogliendo tutti i nostri pensieri di metà vacanza. Finalmente il rumore dei motori invertiti interrompe il nostro sogno, si sbarca, piene di curiosità, tra decine di barchette colorate e le urla dei “marinai-tassisti” che per pochi soldi traghettano i bagnanti nelle più belle spiaggette dell’arcipelago.

 

 

Siamo nell’Isola di San Nicola, attratte dalle mura del meraviglioso castello bianco innestato sulla roccia questa volta iniziamo a salire gradini su gradini fino a raggiungere la chiesetta, su in alto. Ci lasciamo conquistare dalla vista edificante di un mare turchese e cristallino, dai colori delle pietre, dai fichi d’india maturi che spuntano ogni dove. Ci affacciamo dalle piccole feritoie spiando giù in basso..

 

 

“Vale ma cos’è quell’isolina laggiù, mi sembra che sia deserta!” – “E’ assolutamente perfetta, è nel nostro stile direi!”. Corriamo di nuovo verso il basso (non senza prima fermarci a fotografare la porticina blu con quella deliziosa insegna, decisamente anni ’70, del “RISTORANTE LA CONCHIGLIA”) alla ricerca di un marinaio che ci porti nell’isola prescelta. Il Cretaccio. E’ il suo nome di battesimo, perchè quest’isola è roccia, è argilla, è terra nelle sue sfumature infinite di marroni, rossi, gialli ed ocra che si confondono con i verdi, gli smeraldi, gli azzurri di questo mare profondo.

 

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Rimaniamo qui per tutto il pomeriggio, a goderci questo piccolo paradiso per noi. Sembrava che ci fosse tutto intorno a noi una bolla dove nessuno poteva entrare, a patto che noi non lo volessimo..

 

“Proprio come una sirena non ho paura della profondità, ho una gran paura della vita superficiale..”